Incipit

Morire in dicembre
Apprendere della sua propria stessa morte era stato per Elena un duro colpo del quale dubitava si sarebbe mai ripresa. Naturalmente, come in ogni famiglia che si rispetti, anche nella sua si contavano una certa quantità di lutti e tragedie ma mai si era avuta notizia dal dopoguerra in poi di qualcuno come lei deceduto prima dei ventotto anni di età.
In verità un paio di cugini di secondo o terzo grado avevano tentato di prendersi la scena anticipando i tempi ma uno ne aveva riportato un'orrenda mutilazione perché negli anni sessanta la cura dei tumori recitava che amputare il pezzo malato fosse il sistema più sicuro per estirpare il male e prevenire le metastasi e l'altro, sopravvissuto ad un tentato suicidio, complicazioni al sistema nervoso tali da ritenere opportuno un lungo periodo di ricovero in un istituto di igiene mentale.
Ma lei cresciuta con tutti i crismi e nel timore di Dio cosa ci faceva, alla vigilia degli anni che per una donna si professavano i migliori, in una spoglia cella frigorifera d'obitorio? Venne a conoscenza del proprio decesso quando, immaginava a causa di lungaggini burocratiche dopo un estenuante attesa, fu tratta da quel contenitore metallico che la conteneva distesa lunga e adagiata su un tavolo anatomico. Fino ad allora nonostante la gelida immobilità in cui versava, in sogno, ancora si pensava viva e ostinatamente era quello che voleva credersi ancora.
Il tono di voce neutro con il quale un inserviente riferendosi a lei si rivolse ad uno dei presenti la indispettì: "Cosa ne facciamo di questa?".
"Niente. A momenti arrivano quelli che si suppongono esserne i parenti stretti per il riconoscimento".
Pensò Elena, mia madre vedendomi dirà: "Sicuramente si tratta di una bravata delle sue per rovinarmi le feste di Natale".
Si sbagliava. La donna travolta da un dolore che come l'infiammazione del trigemino non dà tregua, la percepiva singhiozzare, strozzarsi, sbandare facendosi ora naviglio in balia della tempesta, ora vortice furente che mulinando trascinava ogni cosa viva e morta e con sé. Leopoldo, marito e padre della ragazza si fece avanti, Elena lo avvertiva dai passi cauti nelle scomode e rumorose scarpe semi-nuove dalle cuciture rigide che calzava solo in occasioni speciali come matrimoni e funerali. E quello senza dubbio evento di una gravità eccezionale lo era. Altrimenti a quelle avrebbe senz'altro preferito le sue comode scarpe da jogging dalle quali nonostante i settant'anni suonati non si separava mai. Leopoldo scostò un attimo il lenzuolo che copriva il volto amato e disse con voce afona: "E' lei".
Quel sussurro più potente dell'ira di Dio le presentò un aspetto di suo padre a lei poco noto: quello di un uomo apparentemente mite e controllato che se le circostanze lo richiedevano non si sarebbe fatto scrupolo di schiodare e rinchiodare Gesù Cristo alla croce più e più volte per acuirne le sofferenze e sgozzarne la madre davanti ad Egli morente.
Fu un istante e il tessuto discosto rimesso a regime la oscurò tracciando una linea di confine tra il mondo parassitario dei vivi e quello delle contrazioni muscolari dovute alla disgregazione dei fosfati che accompagnano il rigor mortis.
"Ci sono cose che chi non è del mestiere è meglio non conosca e veda, ricordatela per quante gioie e dispiaceri vi ha arrecato la sua breve esistenza", le parve suggerire il medico ai familiari accorsi, ma non aveva certezza che quelle fossero le parole dette giacché i presenti, quasi il rumore turbasse il sonno dei defunti si esprimevano come musicanti che eseguono brani mantenendo gli strumenti in sordina.