Mi sono sempre posto il problema di Dio.

14.07.2026

Mi sono sempre posto il problema di Dio. Trovo riduttivo dire credo o non credo in assoluto perché è anche questo un atto di fede verso qualcosa di cui ben poco sappiamo. Ho provato come suggerito da Rilke a interpretare i segni e allora la croce un tempo fu per un me un indicatore stradale teso a suggerire la direzione in cui cercare l'origine delle forze misteriose che ci sovrastano. Sennonché non mi sfuggirono due braccia orizzontali una volta a destra e l'altra a sinistra per cui si capiva che a seguirne i suggerimenti mi sarei ritrovato sempre nello stesso punto: quello dalla quale un giorno ero partito.

Sono deceduto due volte e innumerevoli altre mi sono ritrovato con un piede di traverso sul naviglio di Caronte il traghettatore e questo fatto genera in molti una morbosa curiosità: "Cosa hai trovato nell'aldilà?". Sicuramente niente che valga la pena di essere raccontato dovrei rispondere ma poi riporto quanto di rassicurante la letteratura in materia già testimonia: un tunnel, una luce abbagliante con la differenza, nel mio specifico caso, che non vi era alcuno ad attendermi e guardata in controluce la galleria più che un accattivante cunicolo somigliava ad una fogna a cielo aperto. Forse, per questo sono tornato in fretta e furia? O questo è quello che ho pensato quando il torace rosso come una braciola rosolata prima di venir condotto in sala operatoria sentii dire che il mio corpo già aveva espulsi gli ultimi fluidi?

Del successivo decesso non ho memoria, se non quello che da vivo a posteriori mi è stato rendicontato da mia moglie quando mi risvegliai dal coma e dal dolore provato allorché sentendomi impedito nei movimenti strappai il catetere, una scelta poco accorta che mi costò una settimana supplettiva di travaglio, tanto che oggi ritengo la morte simile a un trovarsi intrappolati in un imperituro rimessaggio di carni dal quale ci dibattiamo per uscirne su gambe non più gambe, brancolando in un buio terrificante a fronte di qualcosa di tangibile, concreto, radioso che conosciamo come vita.

L'idea che ci sia qualcosa di romantico nel morire da giovani è un'idiozia. Figuriamoci con l'avanzare dell'età. Chi ha la mente sana celebra ogni giorno la vita rispettando la propria e quella di tutte le specie esistenti. Se al posto delle mani avessimo zoccoli non saremmo qui a farci pippe mentali ma correremmo alla disperata in branco sperando di far parte di coloro ricordati per essere sfuggiti un altro poco al macello. Per cui ogni sera prego il Redentore o una Madonna addolorata affinché siano concesse lunghe e agili leve e rapidità di movimento a quanti mi sono cari e non si soffermino mai troppo a lungo ad ogni angolo di strada a interrogarsi sul perché e per come delle cose. Tutto è come appare, e se a fronte di tanto fuoco di fila sono ancora in piedi non è per merito loro, né colpa dei fucilieri incapaci, perché suggerisce Beckett, non di rado ci si trova al cospetto di veri e propri plotoni di esecuzione composti di burloni che si esercitano a sbagliare la mira. Questo appunto è quanto in più occasioni è accaduto a me. Consigli di lettura: se siete fautori dell'andrà tutto bene leggetevi Justine di de Sade altrimenti immergetevi nelle atmosfere delicate di Un caffè alla volta di Carla Bonvicini.

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