Perché viviamo?

10.03.2026

"Perché viviamo?". Questa è la domanda che mi pose mia figlia in un freddo e tardo pomeriggio invernale mentre in auto stavamo rientrando a casa. All'epoca aveva cinque anni ed io poco più di quaranta. Pioveva a dirotto, tanto che parevano tutte le condotte del cielo collassate. La richiesta che molti giudicheranno prematura, conoscendo personalmente i genitori non mi stupì. Tuttavia, mi sentii mortificato dal non avere pronte, rispose certe né chiarificatrici. Così, improvvisando, buttai lì: "Una volta venuti al mondo, cos'altro potevamo fare se non vivere?". Lei incalzò: "Perché, allora sono nata?". Veramente non ricordi? Hai voluto tu vedere cosa si celava dietro lo specchio e sporto il capo sull'abisso sei precipitata tra le braccia mie e di tua madre, in un luogo in cui non più spettatrice sei divenuta protagonista tu stessa delle avventure in cui prima, osservando dalla distanza, ti riflettevi. "Tutto qui?". Ti par poco? Pensa alle cose che prima solo immaginavi e in questo mondo, se vuoi, crescendo potrai poco a poco realizzare. Non le ricordi? Vedrai, poi, ti verranno in mente. E saranno tutte dolorose nella misura della felicità che ti procureranno, ma questo lo tenni per me. Pensai al Cristo crocifisso e ripensai alle parole di Goethe: "Tratto dal legno una croce un corpo da destinare al castigo da qualche parte lo si trova sempre". Non era stagione ma proposi un gelato, una decisione che ella con entusiasmo avvallò. Così, mi tolsi dall'impicciò in cui mi ero cacciato. Consigli di lettura: Il lamento di Portnoy di Philip Roth.