L'Urlo

12.10.2026

Quando Andrea Salieri mi ha chiesto di scrivere la prefazione a questo suo lavoro (tra breve spiegherò perché non intendo chiamarlo romanzo o racconto lungo) gli ho risposto che non ce n'era alcun bisogno. Le prefazioni sono noiose e, per qualche misteriosa ragione, non di rado premettono romanzi noiosi. Un pessimo servizio per la causa della lettura. E in questo caso soprattutto per "L'urlo". Ha insistito. Per limitare il danno, riassumo soltanto quello che ho detto a lui dopo aver letto il dattiloscritto. Evitando accuratamente anticipazioni sulla trama.

In primo luogo che, attaccata la prima riga, non sono riuscita a posarlo fino a che non sono giunta all'ultima. E vi assicuro che avrei avuto altro da fare, per la precisione dormire vista l'ora che preludeva all'alba. Ma il rapimento, per il lettore vorace, potrebbe essere di scarsa garanzia: lo si prova anche, ad esempio, per un avvincente mistery perché si vuole sapere come va a finire. Non è il caso de "L'urlo" (per quanto il finale sia un mirabile schiaffo a sorpresa): inizi a leggere ed è come se dalla pagina uscisse una mano che ti afferra alla gola e ti trascina dentro. Dentro la mente del protagonista. Dentro un baratro che spezza il fiato. Dentro un'oscurità di fiamme che balenano e si spengono. Così ti accorgi che non stai più semplicemente leggendo: sei dentro a ciò che Salieri racconta. Per questo vai avanti. Non hai scampo. Per produrre un "lavoro" del genere servono molti talenti: anima e anti-anima (il cristo e l'anti-cristo), pensiero, intelligenza sensibile, abitudine a osservare e osservarsi in profondità, fantasia, ironia, pietà e spietata lucidità. E serve la Scrittura. Qui veniamo al perché non riesco a chiamare romanzo "L'urlo". La definizione che mi è venuta istintiva è stata poema. Poema modernissimo che non ha bisogno di rime o assonanze né di contare le sillabe, ma che trova proprio nello stile e nella forma, un ritmo magico sulfureo, un flusso plastico e al plastico. Le parole, le frasi, il loro susseguirsi, paiono materia tangibile modellata, in stato di grazia, sull'inesprimibile abisso della follia. Ma tutto questo lo si può capire, provare, solo leggendo "L'urlo". L'avevo detto che la prefazione era inutile.

Rossella Martina

Consigli di lettura: Il piccione di P. Suskind.

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